il mio primo viaggio in Giappone – La mammma

Poter essere a stretto contatto con una vera famiglia giapponese era una delle cose che mi affascinava di più in quel viaggio. Non amo fare il turista, quello che nel viaggio esige tutte le comodità e le abitudini del proprio paese, ma nello stesso tempo pretende di essere a stretto contatto con la cultura che va ad incontrare. Mi piace pensare poco in quei momenti e vivere con semplicità tutto quello che vado ad incontrare e se lo fai veramente l’esperienza del viaggio la porterai sempre dietro con te.

Era l’agosto del 2003 e la famiglia di Hiromi non l’avevo ancora incontrata, del Giappone non sapevo assolutamente nulla e pochissimo delle sue usanze e a momenti avrei dovuto incontrare la mamma…

La mamma di Hiromi è nata subito dopo la guerra, quindi ha vissuto l’inizio della famigerata emancipazione femminile giapponese di quegli anni e di conseguenza si è trovata in mezzo tra il divario delle due generazioni: quella precedente rigidissima della nonna di Hiromi e quella che stava avanzando rapidamente “pieno di occidente” degli anni dello sviluppo economico giapponese. Era come avere tra le mani il vestito più bello e non poterlo indossare; il desiderio di vivere la libertà e di crearsi una propria vita come possono sognare le ragazzine di tutto il mondo, ma invece di non poterlo fare per tener botta a tutti gli obblighi che quella società molto rigida ti imponeva. Oltretutto il peso di crescere da sola una famiglia e vivere davvero tutte le problematiche imprevedibili che ne derivava, con i mariti troppo impegnati all’amor comune per lo sviluppo della patria, magari dedicandosi per tante ore  con ossessione meticolosa alla routine di un piccolo ufficio. Questo ha generato in lei un carattere molto forte e duro ma nello stesso tempo anche fragile, probabilmente dovuto all’amaro in bocca per il sacrificio fatto durante gli anni della sua gioventù, anche se ripagato impareggiabilmente dalla famiglia che è riuscita a costruire con le proprio forze.

Se vai a fare un viaggetto in Giappone la prima cosa a cui devi essere preparato è mangiare il pesce crudo. Gli esperti dicono che nel pesce crudo ci sono dei batteri che il tuo corpo, prima di poter assimilare correttamente, deve generare gli anticorpi adatti, altrimenti rischi di passare un po’ di ore in bagno… Ovviamente io non avevo mai avuto la necessità di mangiare pesce crudo e men che meno sapevo degli effetti indesiderati della “prima volta”.

Il “caso” vuole che la mamma di Hiromi proprio per il giorno del mio arrivo, aveva un impegno a Tokyo. Giustamente voleva vedere con che tipaccio si fosse cacciata la cara figliola. Così la mamma di Hiromi si presenta a casa naturalmente con un bel vassoio di sashimi e sushi. In Italia, non andava ancora così di moda il cibo giapponese, quindi per me era una novità assoluta. Così dopo le presentazioni del caso, tra un po’ di impaccio con le bacchettine e un po’ di stordimento dovuto al Wasabi (piccante salsa verde)  per non sembrare scortese non mi son fatto tante domande e con la mia consueta voracità, sotto lo sguardo attonito di Hiromi e sua mamma, mi sono spazzato tutto il pesce possibile.

Sta di fatto che la prima fantastica notte in Giappone con Hiromi me la sono passata sul cesso …. (però aiutato dal fuso)

Inizialmente non credo che la mamma di Hiromi fosse molto d’accordo che sua figlia avesse un fidanzato non giapponese, forse era una sensazione mia, ma ogni tanto mi sembrava di avvertire degli sguardi inquietanti. Sta di fatto che alla prima visita nelle loro abitazione – in un paese vicino ad Hiroshima – a cena con tutta la famiglia presente, in un colloquio di cortesia sulle cose che volevo mangiare mi chiede di sorpresa:

“non vorrai mettere mica incinta mia figlia?!”

Tra l’imbarazzo generale, non avendo possibilità di fuggire, mi sono nascosto sotto la tovaglia…

Iniziamo bene pensai… avrei dovuto capire tante cose … ma in quei momenti non ero troppo sveglio😉

ps. dopo così tanto tempo ho postato!!!!! e vai! bella sensazione …🙂

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Il big one è arrivato

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Il Primo Viaggio in Giappone – L’appartamentino

Ero veramente curioso di vedere il suo mini appartamentino. Per così tanto tempo lo avevo immaginato attraverso quella piccolissima inquadratura sfuocata della sua WebCam che conoscendo Hiromi sarà stato il modello più scadente e soprattutto economico trovato.

Ricordo che un giorno vicino a Natale, mentre stavo cambiando casa (tanto per cambiare), avevo un problema di collegamento con internet. Così di corsa mi recai nella casa vecchia, spoglia di tutti mobili ma con il collegamento internet attivo. Il problema era che mi dovevo portare il mio computer, un aggeggio tremendamente pesante correlato di un vecchissimo monitor da due tonnellate. Riuscii nell’impresa e puntualissimo mi collegai con lei per rivedere quello sfondo grigio e sfuocato che per me rimaneva senza ipocrisia pieno di colori. Non era facile all’epoca, effettivamente ora ci colleghiamo senza problemi con tutto il mondo per parlare e vedersi, ma allora usare un microfono e una web per un collegamento efficace era parecchio complicato.
Che ricordi! Me ne stavo lì in quella stanza deserta, ma l’atmosfera intorno a me in quella giornata fredda d’inverno, era davvero magica!
“Tokyo ma dov’è questo mondo?!!”
Di questa mega metropoli io vedevo solo una piccolissima parte di un minuscolo appartamentino. Ma era come se fossi lì con lei. Era proprio così!

L’arrabbiatura per il ritardo era di colpo svanita. Eravamo ancora in aeroporto e si doveva finalmente tornare a casa. Dovevamo prendere la metropolitana e da qui finalmente potevo scoprire anche il vero Giappone. Per me era tutta una sorpresa, pensare che prima di partire non avevo dato un’occhiata neppure su internet. il Giappone doveva essere una totale sorpresa. Al diavolo i preparativi!

Non so esattamente cosa mi ha colpito di più, tutto era così diverso, amplificato da quei primi momenti con lei. Era passato troppo tempo per potersi abituare a stare insieme, quindi la magia del primo incontro si ripeteva e tutte le sensazioni si univano con la scoperta di questo nuovo mondo.

Metropolitane organizzatissime e pulitissime, biglietterie con il touch alla portata di tutti, insegne tutte colorate e il popolo giapponese era così composto e cordiale……e poi il caos… ma come??… il caos non c’era. Un area metropolitana di 30 milioni di persone ma di caos neanche l’ombra.

Finalmente usciamo dalla metrò e contro ogni aspettativa mi trovavo ad osservare il quartiere di Hiromi come se fosse un nostro paesello di campagna. Non sembrava davvero d’ essere a Tokyo. Tanta gente in bicicletta tanti bambini e come era tutto colorato intorno a noi.

Per andare all’appartamento Hiromi doveva prima riprende la bicicletta che aveva parcheggiato davanti alla sua Banca. Ma di bicicletta neppure l’ombra.
“Rubata, è evidente” pensai subito.
Nulla di tutto questo. Per la fretta di venire da me l’aveva parcheggiata in una zona vietata e sarebbe bastato andare a prenderla dai vigili giapponesi.
“Ma che strano paese… va beh un altro giorno ci penseremo, ora torniamo a casa anche a piedi!”

Eccolo finalmente. L’appartamentino di Hiromi. Non potevo immaginare che fosse così piccolo, ma chissenefrega dopo mesi e mesi finalmente ero arrivato dall’altra parte.
(così ho potuto costatare di persona che la sua web faceva davvero schifo ecco perché era tutto grigio e sfuocato!)

Tutto troppo bello per essere vero, infatti… la mamma di Hiromi stava arrivando….

(continuerà?! … mah… forse…)

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Il mio primo viaggio in Giappone – L’arrivo

Era il mio primo viaggio in Giappone. Con Hiromi c’eravamo incontrati solo due volte. Dovevo affrontare questo nuovo paese e non ne sapevo nulla.
Come al solito ci andavo allo sbaraglio. Un po’ per pigrizia un po’ per il fascino della sorpresa non sono mai stato un amante della pianificazione quando si tratta di viaggiare.
Così mi trovavo su quell’aereo diretto in Giappone, sapendo solo che sarei arrivato nell’aeroporto internazionale di Narita e da lì avrei pigliato un Bus che mi avrebbe portato a quello nazionale di Haneda in centro a Tokyo. In quel momento ci sarebbe stata Hiromi ad attendermi.

L’aeroporto di Haneda è particolare perché si trova proprio in mezzo alla città. Hiromi per questioni ovvie di lavoro ci abitava abbastanza vicino e spesso quando andavo al parco vicino al fiume che passa attraverso Tokyo, mi capitava di vedere l’immagine suggestiva di questi aerei enormi che sparivano tra i grattacieli. Oltretutto è un aeroporto costruito sul mare grazie al terreno fatto dai rifiuti e quindi poco consistente nel caso di terremoti molto forti. Quando me lo raccontava Hiromi, rimanevo un po’ angosciato nel pensare che lei si dovesse trovare lì per lavoro.

Era il mio primo viaggio così lungo in aereo. Dodici ore sono davvero tante se non sei abituato, però hai il tempo per pensare ed io ne avevo di cose, visto che la mia vita con quel viaggio poteva radicalmente cambiare.

Gli ultimi tempi con Hiromi non erano stati semplicissimi. In fin dei conti ci conoscevamo da più di un anno ma in realtà ci eravamo visti solo due volte e per pochi giorni. Ci dev’essere davvero qualcosa di speciale per riuscire a stare così uniti nonostante i tanti dubbi e le grandi difficoltà.
Così mi trovavo ad affrontare questo viaggio con il pensiero che qualcosa poteva anche andare storto.

Era arrivato il momento di atterrare, mi sentivo agitato, ma nello stesso momento eccitato: stavo per vedere un nuovo mondo!

Una volta sceso dall’aereo mi dirigo verso il controllo passaporti. Il percorso era accompagnato da un voce registrata gentilissima che ti dava il benvenuto. C’erano tanti giapponesi che rientravano con il nostro volo, ma anche tanti stranieri e tutti rispettavano in un rigorosissimo silenzio il percorso che ci portava al controllo passaporti.
Svolti tutti i controlli del caso, anche in dogana il personale era molto cortese, mi reco alla biglietteria per prendere i biglietti del BUS che mi avrebbero portato nell’altro aeroporto nazionale in centro.
“Sono proprio in Giappone, non sembra vero!”.

Quando ti rechi un un altro paese ti rendi conto di esserci nel primo spostamento che dall’aeroporto ti porta al centro. Mi piacciono un sacco le prime sensazioni che si vivono in quel primo contatto con il nuovo paese.
In Giappone la prima cosa che ti colpisce sono le prime scritte che incontri con gli ideogrammi che naturalmente trovi ovunque.

La vocina elettronica nel BUS, sempre gentilissima e armoniosa (a me sembrava la stessa dell’aeroporto) segnalava le varie fermate. C’era anche in inglese e questo mi rendeva il viaggio un po’ più tranquillo, anche se c’era la preoccupazione di non riuscire a scendere nella fermata corretta. Dove sarei finito altrimenti!?

Finalmente arriviamo all’aeroporto di Haneda, l’eccitazione era alle stelle, stavo per incontrare Hiromi. Un mese insieme avrebbero deciso tante cose.

Stabilire di stare insieme seriamente significava stravolgere per entrambi tutto ciò che ci aveva circondato sino a quel momento. Non vivevo solo un viaggio. Per me andare in Giappone aveva significati ben più importanti: poteva radicalmente cambiare la mia vita, oppure rimanere un bel ricordo. Le incognite erano tante tutte da vivere con il massimo dell’ intensità!

Difficile descrivere le emozioni che provi. Cerchi di star calmo e di pensare solo a quello che stai facendo, come scendere dal BUS, prendere lo zaino e guardarti in giro magari potendo incrociare i suoi occhi.
“controlla l’emozione, controlla il battito, ci siamo ormai…”

Scendo mi guardo in giro…. ma di occhi conosciuti da incrociare non ce n’erano per nulla!
“Ma come?!”

Devo dire che prima di partire avevo avuto parecchie discussioni con lei. E’ veramente complicato mantenere un rapporto a distanza per un così lungo periodo. Impossibile anche fare la pazzia di un solo week-end. Non c’era alternativa che aspettare questo momento. Ma… Hiromi non c’era!!

Mi guardo in giro… nulla, provo ad aspettare un po’ ma niente. Allora, cercando di mantenere la calma, decido di chiamarla tramite un telefono pubblico, ma naturalmente l’operazione non era molto semplice. Chiamo, con la solita vocina in giapponese gentilissima – che iniziava ad infastidirmi – e diceva qualcosa che io ovviamente non capivo. Dopo due o tre tentativi decido di rinunciare.
“E ora??”

Nel momento in cui stavo imprecando contro il telefono e Hiromi, un signore giapponese altrettanto gentile che parlava inglese, viste le mie difficoltà mi offre il suo cellulare. Non sapevo che dire, ma visto che Hiromi non si vedeva e la disperazione che iniziava a prendere piede, decido di accettare l’offerta generosa.
Chiamo Hiromi ma risponde ancora quella “stramaledetta” vocina gentilissima. Il panico sale. Lascio il cellulare al signore, sperando di poter capire che diavolo stava succedendo, il quale mi avvisa che la vocina dice semplicemente che il telefono non era raggiungibile.
Ahi ahi…. riproviamo qualche volta ancora, quando finalmente Hiromi risponde.
“MA DOVE SEI FINITA?!!!!!!!!!!!!!!!!!”.

Dove poteva essere finita? Era solo un bel po’ in ritardo. Si era addormentata a casa, stressata dagli orari del suo lavoro.
Io trepidavo per questo incontro e lei invece si era addormentata.

Che potevo pensare? Nulla, difficile essere razionale in quei momenti, dovevo solo vivere bene tutto quello che mi stava capitando sperando di capire cosa veramente voleva lei. In un mese tutti questi dubbi (compresi i miei) si sarebbero chiariti.
(Continua… non so quando;)

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Una tapparella di troppo

Quando viaggio o mi trovo in una situazione diversa da quella abituale, mi piace osservare le persone, soprattutto nelle loro differenze di comportamento.
Devo però ammettere che sono meno incline nell’ osservare l’ambiente che mi circonda fatto di cose.

Così nonostante ho vissuto in Giappone per un bel periodo, mi sono accorto solo poco fa che l’utilizzo delle tapparelle e delle persiane fa parte della nostra cultura e non sicuramente di quella giapponese.

Cosa può avermi causato una così “profonda” riflessione?

Tempo fa mentre mi stavo svegliando, sento dei rumori strani provenire dalla sala, come se qualcuno stava cercando di scassinare la tapparella per poter entrare. Insospettito del rumore mi accingo quatto quatto a vedere che diavolo stava succedendo. Appena girato l’angolo (ero realmente preoccupato) mi vedo con grande sorpresa, Shin, un mio caro amico giapponese (ogni tanto compare negli articoli del blog) , venuto a trovarmi dal Giappone, aggrappato alla tapparella della sala nel tentativo di aprirla per poter andare sul balcone a prendersi una boccata d’aria.
Per un po’ sono rimasto ad osservarlo in silenzio, perché inizialmente non capivo davvero che voleva fare. Immaginatevi di vedere appena alzato una persona che si contorce nel tentativo di sollevare una tapparella prendendola con le mani per spingerla dal basso verso l’alto. Dopo essermi stropicciato per bene gli occhi, ho trovato corretto far notare che noi italiani non siamo tecnologici come loro, ma con un po’ di buona manualità (come tirare la cinghia di una tapparella posta al lato della finestra) si possono ottenere ugualmente risultati meravigliosi…

E così scopro, mio malgrado, di non essere un buon osservatore visto che nel tempo trascorso in Giappone, non mi sono mai accorto di questa differenza. Infatti solo dopo quel momento ho focalizzato l’utilizzo della doppia tenda nella casa di Tokyo: chiara per il giorno e scura per la notte.

Perché non si usano? Mah a dire il vero non ne sono sicurissimo, probabilmente ci sono case (magari in campagna) dove si trovano come da noi tapparelle o persiane, ma sicuramente non sono di uso comune. Hiromi sostiene che sono maledettamente scomode rispetto alle tende.
Non so quanto possa interessare questo argomento, però se ci pensiamo bene sono quei particolari che caratterizzano il paesaggio.
Ricordo da bambino quante volte disegnavo le case con il tetto triangolare e non mancavano mai le persiane verdi un po’ aperte un po’ chiuse.
Con tutta probabilità i bimbi giapponesi saranno orientati su altri tipi di paesaggi… ma volete mettere la gioia di crescere disegnando i nostri paeselli di montagna?

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Problema terremoti: fatto culturale?

Da piccolo come la stragrande maggioranza dei bambini, ero terrorizzato dai terremoti.
Nonostante vivevo in una zona quasi nulla a livello sismico, mi preoccupavo se la casa fosse resistente e controllavo quali luoghi all’esterno erano più sicuri, lontani da case che potevano crollarci sulla testa. Ero cresciuto con le immagini impressionanti del terremoto dell’irpinia dove moltissime persone erano rimaste intrappolate sotto cumuli di macerie causate da case costruite in modo molto precario. Non potevo concepire come persone, nonostante sapevano il rischio sismico delle zone in cui vivevano, avevano la volontà di rimanere a viverci ancora.

Poi come spesso capita nella vita tutto si rovescia e ti trovi a vivere situazioni che mai avresti pensato prima.

A dire il vero, quando ho deciso di andare in Giappone, il luogo al mondo a più alta intensità sismica, l’ultimo pensiero era il problema dei terremoti, ne avevo troppi altri a cui dovevo dedicare maggior attenzione. Però non posso negare che una certa preoccupazione c’era.
Bisogna riconoscere che è molto differente la sensazione di andarci in vacanza, come io stesso avevo fatto negli anni precedenti, con quella di viverci giorno dopo giorno.

Il primo vero terremoto che ho sentito ero insieme ai genitori di Hiromi. Eravamo tranquilli a casa, quando intorno a noi tutto improvvisamente inizia a muoversi. Sembrava ci fosse un mostro tremendo sotto casa, uscito da qualche manga giapponese che aveva deciso di portarsela via in spalla.
Per quanto mi riguarda era di una forza terrificante (credo il più forte che ho mai vissuto), ma in casa tutti erano incredibilmente tranquilli.
La casa si muoveva così tanto che faticavi a stare in piedi (mentre Hiromi se la rideva…). Sembravo essere ubriaco mentre cercavo di camminare, ma pure io, probabilmente perfino contro la mia volontà, ero tranquillo. Era tutto così grottesco e paradossale. Pensate che mentre tutto si muoveva il papà di Hiromi mi spiegava le varie differenze delle onde sismiche.

Il problema grosso è che la tua testa non è abituata. Tutto si muove intorno a te e stai lì fermo senza far nulla, a vivere un emozione opposta da quella che ti sei abituato crescendo in Italia. Non sono giapponese, quando la terra trema so che si deve correre, non so dove ma si deve correre. Questa è l’unica informazione (completamente sbagliata) percepita da noi. In Giappone è la soluzione più stupida che si possa prendere. Il posto più sicuro è in casa e lo sanno anche i bambini! Possibilmente sotto un tavolo dopo che hai aperto la porta d’uscita e chiuso il gas.

Vivere un’ esperienza diversa da come l’hai concepita per tutta la vita è particolarmente difficile da gestire, soprattutto quando ho iniziato a viverci e mi trovavo a casa da solo. Le notti che c’erano le scosse non sapevo davvero che fare, non sapevo come comportarmi. L’insicurezza di capire se un terremoto è pericoloso o invece no. Se penso che in Giappone le televisioni fanno le pubblicità sulle nuove case antisismiche, dove vedi la casalinga soddisfatta che nonostante un terremoto di magnitudo 7 non gli si scompiglia la tavola appena apparecchiata, vi fa capire quanti anni luce viene vissuta differentemente da noi.

La sensazione è stata ancora più strana e tremendamente pericolosa a parte inverse. Quando io e Hiromi eravamo in Italia a Tivoli e abbiamo sentito il vicinissimo terremoto dell’Abruzzo. In quel caso poteva diventare davvero fatale. Infatti entrambi ci siamo svegliati e non riuscivamo a percepire il livello del pericolo, un po’ come nelle mie notti in Giappone. Ormai il mio corpo era assuefatto dai tantissimi terremoti sentiti a Tokyo (molti di maggior intesità) e mai mi era capitato di sentirne uno in Italia. Soprattutto l’atteggiamento di Hiromi che non solo non si era alzata dal letto ma dopo pochi minuti era già riaddormentata. Tutto così strano, ma “piccolissimo particolare” non eravamo nelle case costruite in Giappone. Dopo l’incertezza iniziale (che poteva essere davvero letale), avevo la stramaledetta sensazione che qualcosa di grosso fosse successo da qualche parte. Così il disastro dell’Abruzzo l’ho dovuto costatare pochi minuti dopo su internet.

Al contrario che qui in Italia, l’educazione in Giappone nei bambini è molto curata (non solo per quanto riguarda i terremoti). Oltre il comportamento che devono avere in caso di scossa, sanno perfino come vengono costruite le case e di conseguenza hanno fiducia nelle loro strutture. Creare una base culturale forte nei bambini, non serve solo per informarli su come comportarsi, è indispensabile per instaurare una sensibilità duratura e cosciente sull’argomento, perché tra loro ci saranno anche i nostri futuri costruttori.

Nel seguente link un’ esperienza che ho riportato qualche anno fa: Tokyo: terremoto in diretta

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Lavorare in Giappone

Qual’è la via più semplice per lavorare in Giappone? Sposatevi una giapponese!
Problemi di lavoro non ne avrete sicuramente, ma senza dubbio ne otterrete tanti altri😉

Ricordo tempo fa di aver letto un articolo molto divertente su internet di un ragazzo che accostava le ragazze giapponesi ai Gremlins: prima del matrimonio dolci, carine e affettuose, dopo il matrimonio si trasformavano in terribili rompiscatole (nel film, i simpaticissimi pupazzetti chiamati Mogwai, quando mangiavano dopo mezzanotte si trasformavano in Gremlins, cattivissimi esseri). Ovviamente senza offesa si fa per scherzare e poi qualcuno mi fa notare che non cambia la storia a seconda della nazionalità … (!)
Comunque devo ammettere che con Hiromi non c’è stato assolutamente questo problema di ambiguità prima e dopo matrimonio. Ho capito perfettamente, dal primo giorno che l’ho conosciuta, a cosa andavo incontro …. (sigh!)

Se non volete fare questo genere di “esperimenti” allora le cose si complicano enormemente. Avere un permesso per lavorare in Giappone non è semplice.

All’epoca le avevo davvero provate tutte ma purtroppo per avere un visto di lavoro devi possedere un curriculum molto interessante per qualche ditta che risiede in Giappone. Scordatevi di andarci con un permesso turistico (dura tre mesi) e pensare una volta che ci siete di cambiarlo con uno di lavoro. Purtroppo il permesso dovete ottenerlo qui in Italia, e per averlo dovete dimostrare che un’ azienda residente in Giappone ha bisogno di voi.

Tanti mi chiedono, ma tu come hai fatto a lavorare in Giappone??? Come ho scritto sopra, perché ho deciso di sposarmi un Greml… ops… volevo dire perché mi sono sposato con Hiromi!

Alcuni stati (America, Germania, ecc..) hanno la possibilità, tramite un visto da studente, di avere un lavoro part-time. Quando ci dovevo andare io per gli italiani non si poteva, non so sinceramente se ora è cambiato qualcosa. Oltretutto ricordate che dovete essere anche residenti, per intenderci dovete avere un documento d’identità giapponese.
Se non sbaglio ci sono anche le borse di studio per universitari, ma devo ammettere che non ne so assolutamente nulla.

Siete specializzati in qualche settore? Esempio ottimi programmatori con esperienza? In questo caso avete delle buone possibilità di trovare una azienda interessata a voi, ma attenzione l’inglese può non bastare se l’azienda è giapponese (ci sono molte ditte straniere, soprattutto a Tokyo). Mandate in ogni caso flotte di curriculum, magari tradotto anche in giapponese.

Se invece siete solo in cerca di una avventura per farvi una bella esperienza nel paese del sol levante diventa tutto molto complicato. Il consiglio è di mettere via qualche soldino e farvi una bella vacanza senza troppe complicazioni. Per dovere di cronaca devo ammettere che ho incontrato stranieri che lavoravano abusivamente con un permesso turistico, lo sconsiglio perché sulle regole i giapponesi sono rigidissimi, quando vi espellono per una irregolarità di questo genere, in Giappone non ci rientri più per tantissimo tempo. In ogni caso se volete rischiare non dovete superare i 90 giorni che vi concede il permesso turistico, altrimenti vi cacciate davvero nei guai.
C’erano persone che andavano avanti indietro dalla Corea in modo che il permesso si rinnovasse per altri 90 giorni, ma attenzione di non esagerare, lo sanno benissimo che ci sono situazioni di questo tipo e dopo due o tre volte rischiate che non vi fanno più rientrare.
In ogni caso il lavoro si trova? Da abusivo non so, possibile che vi fanno storie, ma credo non dovreste avere grandi difficoltà nel lavorare in un ristorante italiano.

Abusivismo escluso, devo dire che queste sono informazioni relative alla mia esperienza di qualche anno fa. E’ possibile che siano cambiati alcuni accordi internazionali. Il modo migliore per saperlo è recarvi all’ambasciata giapponese per avere informazioni più dettagliate (anche sulle borse di studio).

Nel link seguente la mia prima esperienza lavorativa in Giappone… da non perdere! Vita in un ristorante giapponese

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