Da piccolo come la stragrande maggioranza dei bambini, ero terrorizzato dai terremoti.
Nonostante vivevo in una zona quasi nulla a livello sismico, mi preoccupavo se la casa fosse resistente e controllavo quali luoghi all’esterno erano più sicuri, lontani da case che potevano crollarci sulla testa. Ero cresciuto con le immagini impressionanti del terremoto dell’irpinia dove moltissime persone erano rimaste intrappolate sotto cumuli di macerie causate da case costruite in modo molto precario. Non potevo concepire come persone, nonostante sapevano il rischio sismico delle zone in cui vivevano, avevano la volontà di rimanere a viverci ancora.

Poi come spesso capita nella vita tutto si rovescia e ti trovi a vivere situazioni che mai avresti pensato prima.

A dire il vero, quando ho deciso di andare in Giappone, il luogo al mondo a più alta intensità sismica, l’ultimo pensiero era il problema dei terremoti, ne avevo troppi altri a cui dovevo dedicare maggior attenzione. Però non posso negare che una certa preoccupazione c’era.
Bisogna riconoscere che è molto differente la sensazione di andarci in vacanza, come io stesso avevo fatto negli anni precedenti, con quella di viverci giorno dopo giorno.

Il primo vero terremoto che ho sentito ero insieme ai genitori di Hiromi. Eravamo tranquilli a casa, quando intorno a noi tutto improvvisamente inizia a muoversi. Sembrava ci fosse un mostro tremendo sotto casa, uscito da qualche manga giapponese che aveva deciso di portarsela via in spalla.
Per quanto mi riguarda era di una forza terrificante (credo il più forte che ho mai vissuto), ma in casa tutti erano incredibilmente tranquilli.
La casa si muoveva così tanto che faticavi a stare in piedi (mentre Hiromi se la rideva…). Sembravo essere ubriaco mentre cercavo di camminare, ma pure io, probabilmente perfino contro la mia volontà, ero tranquillo. Era tutto così grottesco e paradossale. Pensate che mentre tutto si muoveva il papà di Hiromi mi spiegava le varie differenze delle onde sismiche.

Il problema grosso è che la tua testa non è abituata. Tutto si muove intorno a te e stai lì fermo senza far nulla, a vivere un emozione opposta da quella che ti sei abituato crescendo in Italia. Non sono giapponese, quando la terra trema so che si deve correre, non so dove ma si deve correre. Questa è l’unica informazione (completamente sbagliata) percepita da noi. In Giappone è la soluzione più stupida che si possa prendere. Il posto più sicuro è in casa e lo sanno anche i bambini! Possibilmente sotto un tavolo dopo che hai aperto la porta d’uscita e chiuso il gas.

Vivere un’ esperienza diversa da come l’hai concepita per tutta la vita è particolarmente difficile da gestire, soprattutto quando ho iniziato a viverci e mi trovavo a casa da solo. Le notti che c’erano le scosse non sapevo davvero che fare, non sapevo come comportarmi. L’insicurezza di capire se un terremoto è pericoloso o invece no. Se penso che in Giappone le televisioni fanno le pubblicità sulle nuove case antisismiche, dove vedi la casalinga soddisfatta che nonostante un terremoto di magnitudo 7 non gli si scompiglia la tavola appena apparecchiata, vi fa capire quanti anni luce viene vissuta differentemente da noi.

La sensazione è stata ancora più strana e tremendamente pericolosa a parte inverse. Quando io e Hiromi eravamo in Italia a Tivoli e abbiamo sentito il vicinissimo terremoto dell’Abruzzo. In quel caso poteva diventare davvero fatale. Infatti entrambi ci siamo svegliati e non riuscivamo a percepire il livello del pericolo, un po’ come nelle mie notti in Giappone. Ormai il mio corpo era assuefatto dai tantissimi terremoti sentiti a Tokyo (molti di maggior intesità) e mai mi era capitato di sentirne uno in Italia. Soprattutto l’atteggiamento di Hiromi che non solo non si era alzata dal letto ma dopo pochi minuti era già riaddormentata. Tutto così strano, ma “piccolissimo particolare” non eravamo nelle case costruite in Giappone. Dopo l’incertezza iniziale (che poteva essere davvero letale), avevo la stramaledetta sensazione che qualcosa di grosso fosse successo da qualche parte. Così il disastro dell’Abruzzo l’ho dovuto costatare pochi minuti dopo su internet.

Al contrario che qui in Italia, l’educazione in Giappone nei bambini è molto curata (non solo per quanto riguarda i terremoti). Oltre il comportamento che devono avere in caso di scossa, sanno perfino come vengono costruite le case e di conseguenza hanno fiducia nelle loro strutture. Creare una base culturale forte nei bambini, non serve solo per informarli su come comportarsi, è indispensabile per instaurare una sensibilità duratura e cosciente sull’argomento, perché tra loro ci saranno anche i nostri futuri costruttori.

Nel seguente link un’ esperienza che ho riportato qualche anno fa: Tokyo: terremoto in diretta