Febbraio 2008


Questo è il proseguimento del cliccatissimo post sul mio matrimonio (che potete rileggere qui) Ogni volta che penso a quei momenti mi vengono ancora i brividi…

ridimensiona-difotoobrellino.jpgDopo aver superato il trauma di vestire il kimono ci accingiamo ad andare verso la cerimonia. Il rito vuole (o semplicemente la buona educazione nipponica) che l’uomo sta davanti alla damigella. Il problema che io ero troppo “imbesuito” a pensare alla mia falcata da samurai, invece di controllare che la damigella restasse dietro a me. Infatti il kimono femminile, al contrario di quello maschile, è molto stretto alle caviglie costringendo la donna a fare solo dei passettini molto piccoli. In questo modo si formavano delle voragini tra me e lei che le povere assistenti (anche loro rigorosamente in kimono) cercavano di limitare rincorrendomi per bloccare in qualche modo il mio impeto.
Oltretutto dovevo tener un maledetto ombrellino che mi si incastrava ovunque, sopratutto nel mega “ciuffazzo” di Hiromi.

Finita la gita intorno al giardino, con tutte le problematiche del caso, ci toccava affrontare gli invitati nella sala da pranzo.

Non so esattamente la ragione, ma ero sempre sull’orlo di svenire. Probabilmente i giramenti di testa erano dovuti o ai mille inchini che bisognava fare ad ogni invitato, o più semplicemente al soffocamento provocato dai mille strati di coperte che mi erano stati messi sotto il kimono per mascherare il mio “panzone”. Sta di fatto che tra una gaffe e l’altra si entra nella sala da pranzo.

Ricordo che ero l’unico occidentale in tutta la sala. L’unico che non capiva una bega di giapponese e di quello che gli stava accadendo intorno. Un vero e proprio incubo.

Arrivati in sala si doveva girare intorno agli ospiti seguendo un percorso prestabilito che io costantemente sbagliavo, facendo diventare matte le assistenti che non sapevano come bloccarmi ed reindirizzarmi nella posizione corretta. Divertente che gli ospiti in sala, ad ogni movimento errato, rispondevano con degli “OOOOOooooooohhhh”.

Insomma se l’inizio era stato complicato il proseguimento andava sul disastroso.

Miracolosamente ci uniamo al tavolo degli sposi e mentre la tipa che doveva dirigere il tutto parlava al microfono, io cercavo di mascherare con dei sorrisi tiratissimi “l’ impercettibile” tensione che sentivo, ma purtroppo gli inconvenienti non ero finiti per nulla.

Altra stravagante usanza vuole, che davanti a tutti gli invitati, si deve firmare un foglio che non ha nessuna valenza legale. Una firma semplicemente davanti alla comunità.

Oggettivamente una operazione abbastanza semplice, ma il caso vuole che la penna fornita mi si rompe in mano. Adesso non credo che sia stata per colpa della tensione e che quindi ho premuto un po’ troppo sulla povera pennina, ma credo semplicemente che sia stata una buona dose di sfiga o più semplicemente che qualcuno si sia divertito alle mie spalle (se ci fosse stato qualche italiano lo avrei creduto davvero). Sta di fatto che così il mio nome , davanti alla comunità è rimasto tagliato, anche se credo che nessuno in sala se ne sia potuto accorgere.
La giornata era ancora lunga ma il tempo proprio non ne voleva sapere di passare….
(continua)

Nel mese di dicembre un mio carissimo amico è venuto dall’Italia a trovarmi. A dire il vero siamo partiti insieme (anche se su due aerei diversi).

Come tutti sanno uno dei grandi problemi nel fare questi grandi viaggi è smaltire il fuso.

Penserete che ormai dovrei essere abituato. Non è così, visto che è il nostro corpo che decide, anche se sicuramente sono riuscito a farmi un po’ di esperienza per gestirlo al meglio.

Così, io e il mio caro amico Danilo ci trovavano a vivere in Giappone con gli orari molto simili a quelli italiani.

Ci si alzava a mezzogiorno e si faceva colazione, poi si pranzava intorno alle 5 del pomeriggio.
(lo so lo so che questo è il genere di vita che molti di voi auspicano di vivere in ITALIA)

In questo modo si arrivava alla sera con gli occhi spalancati e il pancino del tutto vuoto.

E che si fa?!

Fermo restando che nessuno dei due è mai stato interessato alla vita notturna in generale, rimaneva comunque necessario trovare qualcosa da fare.
Così intorno alle 11 di sera si decideva di andare a fare un giretto per “rimpizzarci” e cercare di farci venire un po’ di sonno con lunghe camminate (qui i treni intorno a mezzanotte si fermano).

La nostra intenzione, purtroppo, era quella di trovare un locale dove poter bere solo futatsu biru (due birrette). Peccato che la zona dove abito è assolutamente inadatta per andare in giro di notte, infatti la risposta più frequente che ci si trovava davanti era un “MOO OWARIMASU” (già chiuso).

E’ bello vedere Tokyo di notte, non quella dei pub, delle discoteche o dei luoghi dove sono stati già scritti mille racconti, ma la parte semplice, delle vie normali: dove ti può capitare di vedere una persona che parla e ride da solo in mezzo alla strada ma senza invadere la tua, dove ti trovi un senzatetto che si addormenta su un marciapiede composto come se fosse nel letto di casa, dove ti imbatti in due ubriachi che strillano e non capisci se litigando o giocano (ma tutto nel massimo rispetto delle altre persone).
Una Tokyo vera, normale, dove sembra che le persone possono finalmente vivere come realmente si sentono senza il terrore di non essere il “cittadino perfetto” nel pieno rispetto delle regole (senza per questo aver la necessità di dover importunare qualcuno o distruggere qualcosa). Anche nei luoghi più trasgressivi, si sente che non c’è spontaneità, che la trasgressione non è un modo di ricercare se stessi ma una forzatura inglobata e gestita.

Noi ingenuamente pensavamo di non fare nulla di male, ma non avevamo fatto i conti con la mia cara mogliettina! Hiromi, come tante ragazze in Giappone, sono terrorizzate che i propri fidanzati o maritini vivono la vita notturna di Tokyo.

In una di queste sere Hiromi si trovava fuori casa per lavoro, “disgraziatamente” le viene in mente di chiamarci a casa, naturalmente senza trovare nessuno.

Dopo aver fracassato i timpani di tutti i vicini con mille chiamate al telefono fisso (io in Giappone ho avuto la fortuna di non aver mai preso un cellulare), decide in tutta libertà di mandare una mail alla mogliettina di Danilo per avvertirla del fatto che il suo maritino e io avevamo brutte intenzioni. Naturalmente io per precauzione le avevo dato un indirizzo falso… (!)

La mail naturalmente è uno spasso (un po’ meno gli insulti che mi sono preso dal vivo eh eh)

“Ciao Erika!! sono Hiromi dal giappone.
oggi c’era brutta notizia. Matteo e Danilo sono usciti a qualche parte ogni sera da mezzanotte quando non sono a Tokyo per lavoro. adesso sono le due di notte ma non sono tornati ancora a casa…non lo so cosa stanno facendo…ma anche ieri sera e anche due giorni fa era cosi.
sono brutti…forse stanno facendo schifo a Tokyo…”

l’ultima frase è davvero sublime…

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Ricordate la mail mitica di Hiromi “te capì”? E’ stato il post più linkato in assoluto del blog, andate a leggerlo: te capì
Beh a grande richiesta inseriamo anche il post sulla copertina e il copertone!

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