Questo è il proseguimento del cliccatissimo post sul mio matrimonio (che potete rileggere qui) Ogni volta che penso a quei momenti mi vengono ancora i brividi…

ridimensiona-difotoobrellino.jpgDopo aver superato il trauma di vestire il kimono ci accingiamo ad andare verso la cerimonia. Il rito vuole (o semplicemente la buona educazione nipponica) che l’uomo sta davanti alla damigella. Il problema che io ero troppo “imbesuito” a pensare alla mia falcata da samurai, invece di controllare che la damigella restasse dietro a me. Infatti il kimono femminile, al contrario di quello maschile, è molto stretto alle caviglie costringendo la donna a fare solo dei passettini molto piccoli. In questo modo si formavano delle voragini tra me e lei che le povere assistenti (anche loro rigorosamente in kimono) cercavano di limitare rincorrendomi per bloccare in qualche modo il mio impeto.
Oltretutto dovevo tener un maledetto ombrellino che mi si incastrava ovunque, sopratutto nel mega “ciuffazzo” di Hiromi.

Finita la gita intorno al giardino, con tutte le problematiche del caso, ci toccava affrontare gli invitati nella sala da pranzo.

Non so esattamente la ragione, ma ero sempre sull’orlo di svenire. Probabilmente i giramenti di testa erano dovuti o ai mille inchini che bisognava fare ad ogni invitato, o più semplicemente al soffocamento provocato dai mille strati di coperte che mi erano stati messi sotto il kimono per mascherare il mio “panzone”. Sta di fatto che tra una gaffe e l’altra si entra nella sala da pranzo.

Ricordo che ero l’unico occidentale in tutta la sala. L’unico che non capiva una bega di giapponese e di quello che gli stava accadendo intorno. Un vero e proprio incubo.

Arrivati in sala si doveva girare intorno agli ospiti seguendo un percorso prestabilito che io costantemente sbagliavo, facendo diventare matte le assistenti che non sapevano come bloccarmi ed reindirizzarmi nella posizione corretta. Divertente che gli ospiti in sala, ad ogni movimento errato, rispondevano con degli “OOOOOooooooohhhh”.

Insomma se l’inizio era stato complicato il proseguimento andava sul disastroso.

Miracolosamente ci uniamo al tavolo degli sposi e mentre la tipa che doveva dirigere il tutto parlava al microfono, io cercavo di mascherare con dei sorrisi tiratissimi “l’ impercettibile” tensione che sentivo, ma purtroppo gli inconvenienti non ero finiti per nulla.

Altra stravagante usanza vuole, che davanti a tutti gli invitati, si deve firmare un foglio che non ha nessuna valenza legale. Una firma semplicemente davanti alla comunità.

Oggettivamente una operazione abbastanza semplice, ma il caso vuole che la penna fornita mi si rompe in mano. Adesso non credo che sia stata per colpa della tensione e che quindi ho premuto un po’ troppo sulla povera pennina, ma credo semplicemente che sia stata una buona dose di sfiga o più semplicemente che qualcuno si sia divertito alle mie spalle (se ci fosse stato qualche italiano lo avrei creduto davvero). Sta di fatto che così il mio nome , davanti alla comunità è rimasto tagliato, anche se credo che nessuno in sala se ne sia potuto accorgere.
La giornata era ancora lunga ma il tempo proprio non ne voleva sapere di passare….
(continua)

Nel mese di dicembre un mio carissimo amico è venuto dall’Italia a trovarmi. A dire il vero siamo partiti insieme (anche se su due aerei diversi).

Come tutti sanno uno dei grandi problemi nel fare questi grandi viaggi è smaltire il fuso.

Penserete che ormai dovrei essere abituato. Non è così, visto che è il nostro corpo che decide, anche se sicuramente sono riuscito a farmi un po’ di esperienza per gestirlo al meglio.

Così, io e il mio caro amico Danilo ci trovavano a vivere in Giappone con gli orari molto simili a quelli italiani.

Ci si alzava a mezzogiorno e si faceva colazione, poi si pranzava intorno alle 5 del pomeriggio.
(lo so lo so che questo è il genere di vita che molti di voi auspicano di vivere in ITALIA)

In questo modo si arrivava alla sera con gli occhi spalancati e il pancino del tutto vuoto.

E che si fa?!

Fermo restando che nessuno dei due è mai stato interessato alla vita notturna in generale, rimaneva comunque necessario trovare qualcosa da fare.
Così intorno alle 11 di sera si decideva di andare a fare un giretto per “rimpizzarci” e cercare di farci venire un po’ di sonno con lunghe camminate (qui i treni intorno a mezzanotte si fermano).

La nostra intenzione, purtroppo, era quella di trovare un locale dove poter bere solo futatsu biru (due birrette). Peccato che la zona dove abito è assolutamente inadatta per andare in giro di notte, infatti la risposta più frequente che ci si trovava davanti era un “MOO OWARIMASU” (già chiuso).

E’ bello vedere Tokyo di notte, non quella dei pub, delle discoteche o dei luoghi dove sono stati già scritti mille racconti, ma la parte semplice, delle vie normali: dove ti può capitare di vedere una persona che parla e ride da solo in mezzo alla strada ma senza invadere la tua, dove ti trovi un senzatetto che si addormenta su un marciapiede composto come se fosse nel letto di casa, dove ti imbatti in due ubriachi che strillano e non capisci se litigando o giocano (ma tutto nel massimo rispetto delle altre persone).
Una Tokyo vera, normale, dove sembra che le persone possono finalmente vivere come realmente si sentono senza il terrore di non essere il “cittadino perfetto” nel pieno rispetto delle regole (senza per questo aver la necessità di dover importunare qualcuno o distruggere qualcosa). Anche nei luoghi più trasgressivi, si sente che non c’è spontaneità, che la trasgressione non è un modo di ricercare se stessi ma una forzatura inglobata e gestita.

Noi ingenuamente pensavamo di non fare nulla di male, ma non avevamo fatto i conti con la mia cara mogliettina! Hiromi, come tante ragazze in Giappone, sono terrorizzate che i propri fidanzati o maritini vivono la vita notturna di Tokyo.

In una di queste sere Hiromi si trovava fuori casa per lavoro, “disgraziatamente” le viene in mente di chiamarci a casa, naturalmente senza trovare nessuno.

Dopo aver fracassato i timpani di tutti i vicini con mille chiamate al telefono fisso (io in Giappone ho avuto la fortuna di non aver mai preso un cellulare), decide in tutta libertà di mandare una mail alla mogliettina di Danilo per avvertirla del fatto che il suo maritino e io avevamo brutte intenzioni. Naturalmente io per precauzione le avevo dato un indirizzo falso… (!)

La mail naturalmente è uno spasso (un po’ meno gli insulti che mi sono preso dal vivo eh eh)

“Ciao Erika!! sono Hiromi dal giappone.
oggi c’era brutta notizia. Matteo e Danilo sono usciti a qualche parte ogni sera da mezzanotte quando non sono a Tokyo per lavoro. adesso sono le due di notte ma non sono tornati ancora a casa…non lo so cosa stanno facendo…ma anche ieri sera e anche due giorni fa era cosi.
sono brutti…forse stanno facendo schifo a Tokyo…”

l’ultima frase è davvero sublime…

———————————-
Ricordate la mail mitica di Hiromi “te capì”? E’ stato il post più linkato in assoluto del blog, andate a leggerlo: te capì
Beh a grande richiesta inseriamo anche il post sulla copertina e il copertone!

Hiromi è di Hiroshima, e anche se è nata tanti anni dopo lo scoppio della bomba, ha vissuto tutto il peso della sua storia.

Ad Hiroshima non si dimentica, c’è l’Atomic Bomb Dome che ha fermato il tempo. E’ lì ad indicare il punto più alto di quanto e cosa possa arrivare a fare di sconvolgente l’uomo.

640.jpg

Ogni volta che mi reco ad Hiroshima rimango spesso a fissarlo. Se ti riesci ad isolare dal mondo esterno, anche solo un momento (che vive il caos della vita di tutti i giorni), attraversando il fiume sul ponte anomalo a forma di T (obiettivo mancato di pochi metri da Enola gay) e guardando l’Atomic Bomb Dome riesci a percepire almeno in parte tutta l’atrocità di quei momenti.

Le immagini ti arrivano alla mente come tanti flash terribili: il fiume pochi minuti dopo lo scoppio si ricoprì di cadaveri. Migliaia di persone rimaste ancora vive (a pochi Km da ground zero), ci si recavano strisciando, mentre la loro pelle si squagliava, alla ricerca di un po’ d’acqua per calmare la terrificante sete provocata dalle radiazioni e ci morivano dentro dopo aver passato una tremenda agonia.

Era mattina quel giorno. Una mattina come tante altre. Sino a quel momento Hiroshima era stata risparmiata da tutti gli attacchi e questo creava uno stato inquietante tra tutti i suoi abitanti.
Perchè? perchè non ci bombardano? quale sarà mai il nostro destino?
La città doveva rimanere intatta. Doveva sparire in un istante per dimostrare al mondo intero la potenza autodistruttiva dell’uomo.

I pochi istanti prima dello scoppio di Little Boy, la vita di Hiroshima trascorreva nella normalità che un periodo di guerra poteva permettere.
Era una bellissima giornata (tragicamente troppo bella e limpida da rendere Hiroshima un obiettivo perfetto) e i bambini si avviavano per andare a scuola: chi preoccupato per un eventuale interrogazione, chi pensava alla compagna di banco, chi tutto assonato camminava desiderando di ritornare nel proprio lettuccio.
Le mamme con la preoccupazione di riuscire a dare un po’ di sicurezza e un po’ più di tranquillità ai propri figli, si apprestavano a vivere una giornata come tante altre: chi stendeva il bucato, chi si preparava alla poppata per il proprio bimbo, chi abbracciava il proprio marito facendosi forza e pensando ad un possibile futuro migliore.
La gente non aveva deciso di vivere la guerra e cercava la normalità. Ma pochissimi potenti avevano segnato un destino differente:

6 agosto 1945 ore 8:15

un flash
poi più nulla

uomo non dimenticare

img2.jpg

img4.jpg

img_3.jpg

img_5.jpg

Se pensate possa essere utile fate girare questo post

“AH! Quella DONNACCIA!!”
Ieri Hiromi è arrivata con questa simpatica espressione dal lavoro.
Dopo essermi ripreso da un scoppio di ovvia ilarità, ho cercato di capire perché fosse tanto arrabbiata.

Come tutti ben sapete, la cultura giapponese è abbastanza rigida quando si tratta di far rispettare le regole.
Quando una regola è certa e ben definita non si scappa, non c’è “ma” e “se” che tenga.
Infatti è anche grazie a questo che c’è un organizzazione così impeccabile.
Ma il passaggio per elaborare regole efficienti e pratiche, non sempre è così semplice da queste parti. Rispettare le regole in un modo così ossessivo ti porta ad un alto rischio di perdersi nel classico “bicchier d’acqua” se ti capita qualcosa che non è stato ancora definito.
Noi italiani forse siamo fin troppo sbrigativi, che da un punto di vista può essere un vantaggio nel risolvere piccole problematiche varie che ci accadono improvvisamente, dall’altra parte ci rende vulnerabili ad un certa leggerezza e superficialità che a volte causa enormi disastri.

Quante ore in realtà?
I giapponesei lavorano così tanto? certo, ma molto TRANQUILLAMENTE (dalla serie con le “pantofole” in ufficio).
Forse un po’ presuntuosamente mi permetto di paragonare le 8 ore di lavoro di un giapponese alle 4 di un italiano che lavora bene e soprattutto onestamente, ma c’è un “MA”.
(Occhio! personalissima analisi)

Il lavoratore giapponese deve prevedere tutto. Se capita qualcosa di non previsto rimane bloccato e nella maggior parte dei casi deve chiedere ad una persona più ad alto livello per procedere e se questa non lo può fare a sua volta dovrà salire nella scala delle responsabilità.
Insomma un sistema sicuramente più laborioso ma che da delle certezze. Una solida base dove ognuno sa come comportarsi. Oltretutto ogni azione viene isolata, quindi nel caso si devono trovare delle responsabilità si sa perfettamente dove colpire.

L’italiano (che lavora) è in grado di reagire efficacemente e in tempi ristretti a qualcosa di non previsto. Ma la casistica di errori sale drasticamente. Purtroppo, se la situazione lavorativa non è ben organizzata, il tempo che in teoria guadagna lo riperde successivamente (in abbondanza), nel riordinare i disastri che crea per mancanza di precisione o affidabilità.
Oltretutto se si devono cercare eventuali responsabilità è più semplice, per chi vuol farla franca, far cadere tutto nella più totale confusione.

In Giappone più volte mi sono scontrato con il loro modo di pensare, sia sul lavoro che nella vita di tutti i giorni. Ma fa più sensazione quando è proprio una giapponese ad esserne sfinita.

Certificato per ANA
La compagnia dove lavora Hiromi (l’ANA) porta all’eccesso tutto questo, soprattutto nel mondo delle hostess, visto che in generale sono forse proprio le donne ad essere sul lavoro più soggette al perfezionismo.
E così ogni cosa diventa un pretesto per soffermare la propria attitudine nel rispetto ossessionato delle regole: il colletto è 3 centimetri troppo spostato a destra, il fiocco del grembiule è troppo stretto,devi sorridere in questo modo, la spilla dei capelli dev’essere più dritta e così via…
E così veniamo al punto: i capelli di Hiromi.

I capelli di Hiromi sono una vera tragedia da quando è in ANA.
Lei ha dei bellissimi capelli castani naturali che creano delle sfumature particolari, così particolari che in Giappone, le ragazze (solitamente hanno tutte capelli scuri omogenei e dritti) se li devono tingere per ottenerle. Lei no, ha questa “fortuna” di essere così al naturale. Ma non va bene per la sua compagnia, visto che nessuna hostess può avere i capelli tinti. Come fare quindi visto che lei NON li ha tinti?
Voi direte, basta dire che ha i capelli naturali ed è finita lì, tanto in Giappone sono tutti onesti e bravi che bisogno hanno di indagare ulteriormente? Con il CAVOLO. Deve portare un certificato che attesta che lei ha i capelli così dalla nascita. E ogni volta che cambia gruppo e di conseguenza capo deve dimostrare che i suoi capelli sono naturali. Beh quando capita lei al vantaggio, non trascurabile, di poter imprecare in italiano con tutta liberta (eh eh).
Sinceramente mi sarei aspettato che le chiedessero di tingerseli di nero, altrimenti i passeggeri potrebbero rimanere “offesi” nell’essere serviti da una presunta “tinta”.

A quanto pare Hiromi non “sclera” piu` da sola. Infatti parlando di questo post con lei, mi ha detto che ora tutte le sue colleghe - imitando lei quando qualche cliente o capo stressa - alzano gli occhi al cielo, agitano le mani su e giu` e dicono: “ma che du ball!”

Ricordo che per la finale mondiale dell’Italia, proprio alla vigilia della partita decisi che dovevo ritornare assolutamente in patria per vederla. Così la mattina seguente presi il primo aereo (con Hiromi che mi seguiva con il “mattarello” mentre uscivo di casa) e arrivai giusto in tempo per la vittoria degli azzurri.
Le cose ora si sono invertite, la finale si trovava in Giappone ed io mi trovavo in Italia.
Come dice un mio caro amico, in entrambi i casi ho portato bene, però sarà dura
mantenerlo in futuro (almeno che l’associazione calcio italiana non decida di contribuire eh eh).

img_4400.jpg

Tutto bello dicevo, come scritto nel post precedente (che diventa in realtà questo, per non rendere troppo dispersivo il blog), ho pure incontrato i giocatori di sfuggita come si vede nella foto con Seedorf (simpatici e disponibilissimi su tutti proprio Seedorf, sarà l’aria del Giappone?).
Come ho fatto? Niente di trascendentale, diciamo che se sei un po’ deciso non è difficilissimo eludere i blocchi dei giapponesi dove non ci siano regole rigide e definite come all’ingresso di un Hotel (il solito italianaccio…e mentre io “sguazzavo” libero tra i giocatori, una folla di giapponesi stava assolutamente composta dietro i nastri rossi… cazzarola se m’impegnavo di più penso potevo firmare anche qualche autografo ah ah).

Tutto bello ma una delle mie la dovevo proprio combinare.

Festeggiare? Forse meglio di no!
Dopo la partita e festeggiamenti vari all’interno dello stadio, infreddolito come non mai, decido di rientrare a casa con Danilo (compagno di sventure venuto dall’Italia in questi giorni) e il papà di Hiromi (incredibile che all’uscita dello stadio le persone di servizio dicevano a tutti i tifosi arigatoo gozaimasu –grazie mille - con inchino, a questa mandria di balordi milanisti –me compreso eh eh- ve lo immaginate nei nostri stadi?).
Ad un certo punto, quando ormai lo stadio era alle spalle, sento i cori di un bel gruppo di tifosi davanti allo stadio, all’indirizzo dei benamati “cugini”.
Non resistendo all’impulso di unirmi, decido di tornare indietro da solo. Visto che la strada principale era molto intasata dalla gente che stava andando via, per far prima, decido di prende una secondaria semi deserta che aggirava lo stadio. Corro veloce (panza permettendo) per unirmi il più presto ai cori. Quando, appena girato un angolo in un vicolo semibuio, mi trovo davanti un gruppo molto folto di “persone a testa bassa”…. Chi saranno mai??

Ora vi chiedo, quale puo’ essere la cosa più disgraziata per un tifoso, oltre che vedere la propria squadra perdere una finale?!
Trovarsi improvvisamente IN MEZZO e DA SOLO, in una stradina semi deserta, NEGLI ULTRA’ DELLA SQUADRA AVVERSARIA che hanno PERSO la FINALE!
E si avete capito bene, stavo correndo come un scemo e improvvisamente mi trovo dentro a sto muro giallo blu di ultrà… che faccio? CONTINUO A CORRERE E ANCORA PIU’ FORTE!

Praticamente loro sono stati colti di sorpresa quanto me. Infatti la mia fortuna è stata che non mi sono fermato, ma sono passato diritto in mezzo a tutta velocità (ok ok si fa per dire eh eh). Mi ha salvato l’effetto domino: praticamente ora che alzavano la testa e si accorgevano che un “povero stupido milanista” era passato davanti a loro, diventava troppo tardi!
Ho solo preso di striscio un tamburo (quello che si è sentito per tutta la partita… che onore!) e qualche tentativo “velleitario” di prendere la mia sciarpa colorata ahimè rossonera (a dire il vero ho visto anche qualche mano aperta alzata sopra di me…fiuuu).

Fortuna vuole, che grazie a Kaka’, erano troppo depressi e stanchi per rincorrermi.

seedorf2.jpg

Se volete, potete guardare qualche foto qui:
Finale a Tokyo

Sono una persona a cui spesso non piace stare al proprio posto, o meglio, a volte “stuzzica” più del dovuto, e questa “attitudine” è fatta apposta per chi si vuole cacciare nei guai.

Nella azienda dove lavoravo in Giappone, c’era il top manager assai atipico per essere un giapponese: era un mix tra Mike Tyson (per il viso ma soprattutto per la dimensione del collo) e King Kong (per la dimensione e basta).
Una persona sensata probabilmente lo avrebbe evitato come la peste. Ma io sono tutt’altro che una persona sensata.

Ricordo ancora la prima volta che me lo sono trovato di fronte: entra in ufficio tutto sudato con il fiatone, mi prende la mano e mi da una pacca sulla spalla che mi fa fare il miglior “inchino” della mia vita. Gli chiedo un po’ ingenuamente:“sicuro che sei giapponese?!”.

Sembrava tutto così grottesco: questa persona si presentava una volta ogni 15 giorni, radunando tutti e parlando di “forza”, “spirito di squadra”, “credere in se stessi” ed “essere vincenti”. E lo pagavano pure!

Un giorno arriva come sempre tutto bello pimpante, pieno di energia e in riunione (con tutto il personale di fronte), fa una proposta di marketing veramente interessante: i commerciali per poter vendere meglio i nuovi software, dovevano imparare a programmare. Questo per capire come sviluppare nuove implementazioni direttamente col cliente.
I commerciali sembravano più impauriti che arrabbiati e la cosa non mi stupiva più di tanto.

E’ vero, l’imponenza fisica, il modo di fare molto “all’americana” di questo top manager incuteva timore, ma di fronte ad una soluzione per me così “stravagante”, non sono riuscito a stare zitto. Quindi al termine della riunione alla classica frase “siete tutti d’accordo” mi sono permesso di prendere parola.

Non so esattamente cosa è successo, se per il mio concitato gesticolare, o un tono troppo sopra alle righe per i giapponesi, ma quando ho concluso la mia “esposizione” il silenzio era quasi tombale. Gli unici che sembravano essersi ripresi erano proprio quei “fetenti” dei commerciali, che “chissà” per quale motivo erano d’accordo con me. Ma c’era pure la capa che acconsentiva e questo probabilmente cambiava un po’ la storia.

King kong mi guarda diretto negli occhi e con una smorfia parecchio inquietante dice:” yeah good, very good, yeah, you are right”.

Vi chiederete cosa avrò mai detto? La cosa più semplice e sensata (capita) di sto mondo (forse del nostro mondo):
che con delle riunioni mirate, i commerciali dovevano semplicemente portare la loro esperienza esterna e comunicarla ai programmatori per trovare insieme la soluzione migliore. Che imparare un linguaggio di programmazione (anche se solo per farsi un idea) ci vuole parecchio tempo, e a mio modo di vedere i commerciali dovevano solo concentrarsi nel vendere (viste le enormi difficoltà) e a crearsi buoni rapporti con i clienti.

Resa dei conti
Sapevo che non l’avrei passata liscia.. la smorfia di King Kong era ben impressa nella mia testa. Siccome quella non era la prima volta che lo contraddicevo davanti a tutti, ero consapevole che mi avrebbe aspettato al varco.
Infatti, mister king kong alla cena successiva a quella riunione mi prende in un angolo e mi dice:
“I like your attitudine … Mi fa piacere che esprimi cio’ che pensi, dimostri personalità. Ma sai, io sono nato nel Bronx del Giappone nel peggior quartiere di Osaka, sono cresciuto lottando e facendomi un “culo” esagerato per uscire dalla cacca…” parlava con uno slang americano molto stretto, e questo lo rendeva ancora più grottesco. “I’m happy that you want to bring your experience… ma qui non funziona così, devi fare quello che dico io, quindi renditi conto che hai solo 3 possibilità:
Uno: te ne stai zitto e fai il tuo lavoro.
Due: parli ma sappi che mi farai incazzare parecchio.
Tre: se tanto ti piace dare consigli fatti la tua azienda fuori da qui.”

Beh, se sono ancora qui con voi è solo perchè ogni tanto un po’ di buon senso passa anche dalle mie parti eheh

Il viaggio in Austrialia è finito ormai da un pezzo. Ora mi trovo in Italia e ci starò da solo per qualche settimana.

Com’è stato il viaggio in Australia? Ho scritto un piccolo racconto come se fosse Hiromi a farlo….
(mi viene difficile scrivere al femminile.. ma mi viene molto più facile immedesimarmi nei pensieri di HIROMI!)



Il mese scorso sono andata con mio marito in Australia.

Mio marito ha delle idee un po’ stravaganti su come viaggiare. A differenza di noi giapponesi, che organizziamo tutto nei minimi dettagli, lui preferisce viaggiare organizzando (si fa MOLTO per dire) il viaggio giorno per giorno.
Io non ero proprio convinta di questa soluzione, ma lui sostiene che solo viaggiando in questo modo abbiamo la possibilità di conoscere tante persone e di parlare molto in inglese. Io invece, ero assolutamente convinta che un viaggio così mi avrebbe fatta solo stressare tantissimo e mi chiedevo sempre:
“MA PERCHE’ NON ABBIAMO ORGANIZZATO NIENTE DA CASA??!”. Mannaggia!

Dopo un volo comodissimo (l’aereo era completamente vuoto) che ci ha portato a Sidney, la nostra DISAVVENTURA ha inizio.

SIDNEY
All’aeroporto di Sidney mio marito ha iniziato a cercare il posto per dormire. Io mi sentivo un po’ a disagio: “ma che cavolo…perché non abbiamo prenotato almeno questo dal Giappone???!” continuavo a ripetere.
Mi sembrava di buttare via un sacco di tempo. Eravamo solo noi, lì a telefonare, per trovare un posto dove stare.
Ero nervosissima mentre lui chiamava. E gli avrei tirato volentieri un mega pizzicotto sul sedere: “ma guarda te, ma pensa te, non organizza mai un cavolo di niente e mi fa perdere tutto questo tempo!”. Che nervoso.

Finalmente riesce a trovare un Hotel molto economico. A lui non piacciono i posti lussuosi, dice sempre:”dobbiamo andare dove incontriamo tanta gente semplice a cui piace viaggiare.” Ecco, e così siamo finiti in un schifosissimo hotel!

All’uscita dell’aeroporto dovevamo prendere un pulmino che ci avrebbe portato direttamente nel nostro albergo.
Strano il metodo che utilizzano in Australia per portare le persone dall’aeroporto: dei piccoli pulmini che raccolgono tutte le persone possibili in tempo reale. Infatti stanno collegati con dei telefoni e organizzano (almeno loro) parte del trasporto mentre viaggiano. Il problema che non sai ne quando parti ne quando arrivi!

L’Hotel faceva proprio schifo, ma entrambi eravamo troppo stanchi per discutere ancora….zzzzz….

Sidney è veramente una bella città, tutta la parte da “opera House” a “the rock” è bellissima! Peccato che dovunque andiamo in vacanza piove!

Abbiamo “scalato” anche il ponte famosissimo “Harbour Bridge”. Che emozione! Siamo saliti come se fossimo andati in cima ad una montagna e faceva un freddo cane! C’era solo una piccola corda che ci teneva legati al ponte, ed in alcuni punti faceva davvero tanta paura guardare sotto di noi! Che alto! E poi, arrivati in cima, finalmente abbiamo fatto pace e ho deciso di non pensare per un po’ a cosa mi sarebbe successo nei giorni successivi.

Mi dice sempre che devo stare più calmina…. ma io sono GIA’ calmina!
Grrrrrrr….ma pensa te!


(Continua…)

Ecco le foto di Sidney!
Sidney

ps. Se siete appassionati di calcio o di disegno, un mio amico illustratore ha aperto un sito dove magnificamente riproduce i gol della storia del football. Guardatelo merita davvero!
calcioillustrato

beh ovviamente non ho scuse che tengano.
Sono proprio sparito. Non è successo nulla di particolare, tranne che il cambio di vita in Italia mi ha portato a lavorare tantissimo.
Ho dovuto staccare la spina, tutto qui.

In questi mesi, nonostante tutti gli impegni in Italia, ho avuto modo di fare qualche salto in Giappone per trovare la mia cara mogliettina.
E’ il nostro destino vivere separati, pazza vita, ma va bene così.

Ora mi trovo in Giappone, appena arrivato e a lottare con il fuso. Veramente terribile nel viaggio verso il Giappone, non mi abituerò mai!
Domani partiamo per l’Australia (diciamo forse, conoscendoci e con la storia dei biglietti scontati è sempre tutto un rebus).
Andiamo a fare un giretto un po’ tutto improvvisato (come piace a me del resto..beh, per nulla a lei eh eh). Speriamo che gli imprevisti siano tanti, altrimenti che divertimento c’è? Del resto sono proprio quelli che ti rimangono in mente tutta la vita! (Con lei rischio altri tipi di ricordi permanenti, mi ha già minacciato che se va qualcosa storto… ahi ahi ahi)

Dopo l’Australia resto qualche settimana in Giappone. Spero di poter scrivere qualcosina sul blog. Di argomenti ce ne sarebbero ancora tanti, ma vediamo un po’ che succederà!

Per il momento saluto tutti, siete veramente straordinari, mi spiace di aver lasciato tutto così sospeso di colpo. Son proprio disgraziato visto che non ho risposto neppure alle mail, è andata così, mi rifarò in futuro… forse :)

Novità: ho portato a termine il mio lavoro in Giappone. Infatti con settimana scorsa ho finito la mia attività lavorativa qui, nella famosa azienda “delle mille riunioni”.
Ora si torna ancora un pochetto in Italia per una boccata d’ossigeno (dal 18 marzo circa) e poi si vedrà.
La lingua è un bel ostacolo, piano piano sta migliorando ma per utilizzarla sul lavoro ci vuole ben altro.

Perché ho rinunciato? Sono successe tante cose, ma diciamo che per fare qualcosa di serio, dovevo dare una disponibilità di almeno 3 anni e non è uno scherzo un tale passo. Poi sinceramente anche Hiromi non ha intenzione di fermarsi così a lungo a Tokyo.

Il Giappone è mondo molto particolare e soprattutto nel lavoro si affrontano le vere differenze culturali. Il modo di porsi verso i tuoi superiori e colleghi dev’essere attento anche quando si tratta di dover fare un brindisi, altrimenti rischi di toccare sensibilmente la loro suscettibilità.

Nonostante tutto penso di essere stato molto fortunato di aver potuto vivere una simile esperienza.

Problema Visto

Settimana scorsa ho lavorato presso una sede dell’ Hitachi.
Un lavoro abbastanza semplice, visto che dovevo configurare un centinaio di computer sparsi nei vari settori dell’azienda.
Mi sentivo più libero visto che ormai la decisione era stata già presa.

Un fatto particolare che è successo è stato quando ho dovuto chiedere un ora di permesso.
Infatti per colpa del mio visto, che scadeva proprio in questi giorni, ho dovuto chiedere un un po’ più di un oretta libera nel pomeriggio. Ingenuamente pensavamo che Hiromi si potesse occupare della faccenda, ma ovviamente avevano bisogno di vedere il mio “bel” faccione anche nella consegna dei documenti.

Il lavoro stava procedendo molto bene ed ero in anticipo di 2 giorni rispetto alla tabella di marcia. Anche quelli dell’Hitachi erano rimasti sorpresi da come un “italiano” potesse lavorare velocemente.
Beh il visto è una cosa seria, ma in Giappone il lavoro viene prima di tutto, in alcuni casi persino prima della famiglia.

Dovevo avvertire il mio collega della necessità del permesso.
Un classico giapponese. Infatti con la sua meticolosità ossessiva mi stava facendo diventare pazzo. Continuava a rallentare il lavoro per qualsiasi stupidata. Controlli su controlli, un angoscia.

Visto che comunque lui doveva essere il mio responsabile lo informo che ho bisogno di questa oretta di permesso. L’avessi mai fatto!
Si è paralizzato come se avesse visto un omicidio in diretta.
Con gli occhi completamente sbarrati e la bocca semi aperta, mi dice ” are you kidding?!” (stai scherzando?).
Io rispondo che il lavoro è anni luce avanti e che il cliente sembra molto contento di come vanno le cose.
“you are crazy!” questa è stata la sua risposta, dopodiché ha iniziato a fare mille chiamate andando avanti indietro per lo stabilimento come un forsennato.
Io ho ignorato tutto questo e sono andato avanti con il mio lavoro, solo dopo che mi ha dato del “crazy” per la terza volta gli ho risposto gentilmente di non farsi “troppe menate mentali” che non c’era nulla per avere una simile reazione. Offesissimo per la risposta secca non mi ha parlato per 3 giorni facendo il classico “muso da offeso giapponese”.
Non fraintendete, fossimo stati in sede non ci sarebbero stati problemi per il permesso, ma eravamo presso l’Hitachi e qui il cliente è visto come una sorta di divinità.

Alla fine dopo una mattina a fare il pazzo, il mio collega deve chiedere al responsabile dell’Hitachi (il sistemista) del mio permesso. Io ero presente ed è andata più o meno così: “mi scusi, ma purtroppo abbiamo un inconveniente con uno dei nostri collaboratori (bla bla bla bla). Ha avuto dei seri problemi con il rilascio di alcuni documenti ….(e bla bla bla bla)… quindi il mio collega avrebbe bisogno di 1 ora di permesso per rinnovare il Visto (scuse varie bla bla bla…..)”.
Risposta del sistemista. “assolutamente nessun problema.”

Tornato dal permesso, il mio collega mi ha accusato pure di non aver chiesto scusa, con tutti i vari “rituali”, agli altri colleghi che hanno dovuto fare a meno della mia presenza per quell’oretta.
In Italia, al contrario, sarebbero stati tutti molto contenti della mia assenza!

Stavo tornando a casa con la mia biciclettina (anzi di Hiromi, dopo capirete il perché di questa precisazione), quando sul lato della strada una macchina della polizia si accosta facendomi segno di fermarmi.
Io ero sul marciapiede e tra noi c’era un muretto e una siepe che ci separava. La macchina della polizia si trovava su una strada a 3 corsie a senso unico, molto traffica. Sapendo che non potevano stare lì per molto tempo, li ho completamente ignorati. Ragione? beh da buon gaijin avevo appena attraverso uno, due..mmm.. tre.. insomma qualche semaforo di troppo con il rosso.
Infatti come pensavo i poliziotti sono costretti a muoversi, ed io li lascio andare intuendo però che mi avrebbero aspettato al primo incrocio.
Beh, penso: “facciamo retromarce!” Mentre mi giravo per ritornare sui miei passi mi accorgo che proprio di fianco c’era una stradina secondaria. Io mi trovavo sopra ad una specie di soprelevata lunga qualche centinaio di metri, quindi potevo vedere dall’alto la strategia dei due poliziotti. Infatti uno tornava indietro con la macchina per la stradina e l’altro mi veniva incontro sulla sopraelevata a piedi. Mmm.. che fo?

Con uno scatto deciso li avrei seminati. Infatti la vietta parallela sfociava nella strada a 3 corsie e la macchina della polizia non poteva certo venirmi a prendere in contromano o seguirmi sul marciapiede.

Penso: “se mi do alla fuga, che scriverò mai sul blog, visto che è un po’ di tempo che sono a digiuno??!”

Non ho mai avuto un incontro con la polizia giapponese in una situazione come questa! Buona occasione, quindi decido di affrontare il poliziotto a piedi. Nuovamente retromarce e mi avvio verso il memorabile incontro.

Verifica del “catorcio”

Il poliziotto stava venendo verso di me correndo con un torcia accesa in mano. Io vado bello deciso verso di lui e mi si piazza in mezzo alla strada gesticolando come se arrivasse un jumbo jet (non provate a fare battutacce, ho messo su qualche chilo ma non sino a questo punto). Mi fermo con un grande sorriso (in Italia magari pensano che li pigli per i fondelli, ma qui no, è meglio farlo) chiedendo che c’è che non andava.
Il poliziotto inizia a parlare ed io prendo tempo facendo finta di non capire (prima volevo comprendere bene che volessero). Purtroppo non era necessario fare finta, visto che non capivo proprio una mazza!

Mi indicano un numero che era sul telaio della bicicletta (nel frattempo era arrivato pure il tipo in macchina, un ciocciottello che a momenti si ribalta nel tentativo di scavalcare la siepe). Ah il numero! Pensano che ho rubato la bici!
In Giappone ogni bicicletta ha un numero sul telaio corrispondente al proprietario e questo viene registrato dalla polizia.
Caspita si fanno ste menate anche per un simile catorcio. Va beh, stiamo al gioco.
Dovete sapere inoltre, che quasi tutti i giapponesi lasciano la bici in mezzo alla strada anche di notte, chiusa solo da un affarino che va in mezzo ai raggi della ruota. Anche se è un gioco da ragazzi, quasi nessuno di loro oserebbe rubarle. Ma ci sono anche tanti stranieri malintenzionati, ed è normale routine per la polizia fermare i gaijin e controllare che non abbiamo rubato la bicicletta sui cui viaggiano.

Intanto i poliziotti iniziamo a chiedermi di chi è la bici, io naturalmente rispondo che è di Hiromi M., mia moglie. Loro controllano e con uno sguardo minaccioso mi dicono che il nome non corrisponde. Azz… Iniziano a farmi delle menate in giapponese. Del tipo che è un grave reato rubare la bici in Giappone.
Ma io non l’ho rubata! Replico. Cerco di spiegare che è la bici di mia moglie e che torno dal supermercato.
Loro insistono nel dirmi che in Giappone è un grave reato rubare la bici e il nome che gli ho detto non corrisponde al numero del telaio. Mmm.. dove sta l’inghippo? Sarà forse di una amica di Hiromi? Magari regalata? Che gli racconto ora?!
Ma no! Che stordito, il cognome! Hiromi ha comprato sto rottame quando non eravamo ancora sposati! Vediamo se con la nuova parola chiave funzia: Hiromi K.
Ecco! Di colpo i poliziotti cambiano aspetto, diventano tutti tranquilli e con un gran sorriso mi dicono che è tutto a posto e se ne vanno.

Mah! E i 4 incroci che ho attraversato con il rosso?!

Next Page »

  • Top Posts

  • Categorie

  • Articoli Recenti

  • Commenti Recenti

    sung hoon su About
    Stephi su Sistema sanitario giappon…
    Eloisa su Hiroshima
    fabio esposito su About
    Jacopo su About
  • Archivi

  • Le mie foto!

    Comment about Tassotti

    More Photos
  • Blog Stats

    • 56,311 Visite
  • Statistiche web e counter web
  • Meta