Febbraio 24, 2008
Questo è il proseguimento del cliccatissimo post sul mio matrimonio (che potete rileggere qui) Ogni volta che penso a quei momenti mi vengono ancora i brividi…
Dopo aver superato il trauma di vestire il kimono ci accingiamo ad andare verso la cerimonia. Il rito vuole (o semplicemente la buona educazione nipponica) che l’uomo sta davanti alla damigella. Il problema che io ero troppo “imbesuito” a pensare alla mia falcata da samurai, invece di controllare che la damigella restasse dietro a me. Infatti il kimono femminile, al contrario di quello maschile, è molto stretto alle caviglie costringendo la donna a fare solo dei passettini molto piccoli. In questo modo si formavano delle voragini tra me e lei che le povere assistenti (anche loro rigorosamente in kimono) cercavano di limitare rincorrendomi per bloccare in qualche modo il mio impeto.
Oltretutto dovevo tener un maledetto ombrellino che mi si incastrava ovunque, sopratutto nel mega “ciuffazzo” di Hiromi.
Finita la gita intorno al giardino, con tutte le problematiche del caso, ci toccava affrontare gli invitati nella sala da pranzo.
Non so esattamente la ragione, ma ero sempre sull’orlo di svenire. Probabilmente i giramenti di testa erano dovuti o ai mille inchini che bisognava fare ad ogni invitato, o più semplicemente al soffocamento provocato dai mille strati di coperte che mi erano stati messi sotto il kimono per mascherare il mio “panzone”. Sta di fatto che tra una gaffe e l’altra si entra nella sala da pranzo.
Ricordo che ero l’unico occidentale in tutta la sala. L’unico che non capiva una bega di giapponese e di quello che gli stava accadendo intorno. Un vero e proprio incubo.
Arrivati in sala si doveva girare intorno agli ospiti seguendo un percorso prestabilito che io costantemente sbagliavo, facendo diventare matte le assistenti che non sapevano come bloccarmi ed reindirizzarmi nella posizione corretta. Divertente che gli ospiti in sala, ad ogni movimento errato, rispondevano con degli “OOOOOooooooohhhh”.
Insomma se l’inizio era stato complicato il proseguimento andava sul disastroso.
Miracolosamente ci uniamo al tavolo degli sposi e mentre la tipa che doveva dirigere il tutto parlava al microfono, io cercavo di mascherare con dei sorrisi tiratissimi “l’ impercettibile” tensione che sentivo, ma purtroppo gli inconvenienti non ero finiti per nulla.
Altra stravagante usanza vuole, che davanti a tutti gli invitati, si deve firmare un foglio che non ha nessuna valenza legale. Una firma semplicemente davanti alla comunità.
Oggettivamente una operazione abbastanza semplice, ma il caso vuole che la penna fornita mi si rompe in mano. Adesso non credo che sia stata per colpa della tensione e che quindi ho premuto un po’ troppo sulla povera pennina, ma credo semplicemente che sia stata una buona dose di sfiga o più semplicemente che qualcuno si sia divertito alle mie spalle (se ci fosse stato qualche italiano lo avrei creduto davvero). Sta di fatto che così il mio nome , davanti alla comunità è rimasto tagliato, anche se credo che nessuno in sala se ne sia potuto accorgere.
La giornata era ancora lunga ma il tempo proprio non ne voleva sapere di passare….
(continua)






